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di Giuseppe Zigaina | |||
| PASOLINI : la ricerca e il gioco | ||||
A 25 anni dalla morte
questo punto bisogna dire che tutti gli interventi
dei redattori dell'opera omnia sull'opera di Pasolini
- interventi che non so ancora se definire ingenui
o astuti solo a metà - sono sintomo di un qualcosa
che a venticinque anni dalla morte dell'autore va precisato:
1 - Nessuno di loro (come la gran parte dei critici che si sono occupati di questo «caso letterario») ha capito - sia pure difendendosi con tutti i sorrisi ironici di questo mondo - che Pasolini, come lui ha detto di sé, è «UNO E DOPPIO». Nato per essere UNO, egli ha dovuto, e voluto, essere DOPPIO, oltre che straniero a tutto. E infatti, sempre nella Seconda Forma de La meglio gioventù, in «Aleluja», Pasolini si chiede: «Perché di notte solo i grilli cantano la mia morte, se per essi non sono morto io ma colui che ero?». Ebbene egli intendeva dire che nel campetto di calcio di Ostia («L'amore, per giocare, ha soltanto un prato») (44), sarebbe morto «uno», non l'UNO. Sarebbe morta cioè solo la metà del DOPPIO per cui, Dopo, avrebbe potuto esprimersi così: «Piango un mondo morto. Ma non sono morto io che lo piango» (45). Quanto a me, posso dire di aver sempre scritto che quella di Pasolini è da considerarsi una trasgressione linguistico-esistenziale «priva di precedenti storici». Ma questa trasgressione è DOPPIA: è cioè una doppia vittoria sulla CONSERVAZIONE - come afferma Pasolini ne «Il cinema impopolare». Il maiuscolo di quest'ultima espressione - e in questo consiste il Gioco linguistico - allude infatti a una vittoria sull'istinto di conservazione che è nello stesso tempo una vittoria sulla conservazione culturale, sociale, politica e in particolar modo semiologica. Che tutto ciò si manifesti poi concretamente con il martirio dell'autore è ribadito dal seguente enunciato: «La libertà è dunque un attentato autolesionistico alla conservazione» (46). Formula che, se non viene decifrata, e un assoluto nonsenso. Essa infatti nel gergo pasoliniano significa: la mia libertà di scegliere la morte e un attentato autolesionistico all'istinto di conservazione, oltre che a ogni altro istinto di conservare inerti tradizioni culturali. 2 - Nessuno dei redattori dell'opera omnia ha capito che l'autore (seguendo Ernesto de Martino e Mircea Eliade sul piano mitico /antropologico, e Roland Barthes sul piano linguistico), ha progettato la propria morte come rito culturale; 3 - che attraverso questo Rito l'autore ha relogificato tutta la sua opera; 4 - che a livello semiologico ha voluto far «parlare» la sua morte come qualsiasi altro segno linguistico; 5 - che sul piano mitico ha rivalutato la morte come creatività; 6 - che nel campo della religione (cristiana) ha aperto la possibilità per un laico (religioso) di pensare a una vita del Dopo; 7 - che dunque, Pasolini, ha sempre amato la «Vita nei secoli dei secoli»(47). Se uno non e riuscito a intuire questa strategia espressiva dell'autore, vuol dire che ha sempre ignorato il linguaggio criptico che l'ha descritta, o, se l'ha intuito, non ha saputo decifrarlo con la giusta coordinazione degli indizi. 44 - P.P.P., La nuova gioventù, pag. 162. 45 - Ivi, pag. 237. 46 - P.P.P., «Il cinema impopolare» in Empirismo eretico, pag. 269. Il che viene subito chiarito con quest'altro aforisma: «La libertà non può essere manifestata altrimenti che attraverso un grande o piccolo martirio. E ogni martire martirizza se stesso attraverso il carnefice conservatore». Dove «Libertà» acquista il valore espresso in questa precisazione: «Dopo averci ben pensato ho capito che questa parola misteriosa non significa altro, infine, nel fondo di ogni fondo, che ... «libertà di scegliere la morte». Sennonché, a questo punto (pag. 270), Pasolini, con un gioco raffinatissimo, vorrebbe far intendere al lettore che ora lui passa dal «campo» esistenziale a quello dello stile e quindi al campo estetico e linguistico. Invece non è così, perché egli continua a restare sempre nello stesso campo, ossia in un campo linguistico-esistenziale, dove la morte sacrificale dell'autore, fine della vita terrena, costituisce nello stesso tempo una «morte come valore» (linguistico e mitico) che da inizio alla vita del Dopo. Scrive P.: «Per restare al nostro campo - quello dello stile - poesia, cinema - si può allora dire che ogni infrazione al codice - operazione necessaria all'invenzione stilistica - è una infrazione alla Conservazione: e quindi è l'esibizione di un atto autolesionistico: per cui qualcosa di tragico e di ignoto è scelto al posto di qualcosa di quotidiano e di noto (la vita)». Il tutto riassunto in questa «proposizione atomica» formulata «con un occhio a Wittgenstein»: «Un'idea di stile: uno stilo!». Essendo lo «stilo (l'appuntito strumento di metallo con cui gli antichi scrivevano sulle tavolette di cera) l'emblema di una «morte secondo valore» (E. de Martino). Vedi Giuseppe Zigaina, Pasolini: « Un'idea di stile; uno stilo!», Marsilio, Venezia 1999. 47 - «Una disperata vitalilà» ora in Bestemmia, pag. 735. |
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