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di Giuseppe Zigaina | |||
| PASOLINI : la ricerca e il gioco | ||||
Le «lacune tipografiche»
Ho voluto riportare l'ultimo capoverso dello scritto
di Pasolini a pag. 157 de La nuova gioventù per far
notare al lettore quanto ingenua sia stata la
lunghissima «nota» apposta dai redattori di Bestemmia (gli
stessi dell'opera omnia) all'VIII cap. di «Una disperata
vitalità» nel tentativo di far passare per «lacuna tipografica» la
rievocazione, da parte dell'autore, del mito di Väinamöinen (4o):
che è, come si sa, la versione nordica del mito di Giona.
Questa recitazione del mito è «in realtà» una discesa agli Inferi
conoscitiva e propiziatoria insieme. Ma perché dico «in
realtà»? Perché Pasolini credeva «nella realtà e nell'efficacia del
mito». Anzi è proprio la perfetta riuscita di questa
«ripetizione» che gli ha dato il coraggio di portare a termine il suo
«Progetto di un Mistero».
Ora, nell'ottava sezione di «Una disperata vitalità», il ripristino delle tre parole del verso di Dante con cui Pasolini recita il mito finnico di cui parlo - un ripristino previsto dall'autore come felice compimento del suo rituale - viene operato dai redattori dell'opera omnia con l'aggiunta di una lunghissima nota in cui essi ribadiscono la distrazione dell'autore e l'implicita leggerezza dell'editore. Ebbene un simile intervento (ingiustamente motivato dalla nota, in questo caso) si ripete pressoché identico nella traduzione italiana de «Il dì da la me muart» fatta dallo stesso Pasolini. I redattori di Bestemmia cioè ripristinano l'espressione «di vierta - tolta come abbiamo visto dall'autore per significare un qualcosa (vedi il «non esistente significativo» in «Teoria delle giunte») - con l'ingenuità di chi non capisce la gravità di ciò che sta facendo (o di chi non è riuscito a cogliere, quand'era assolutamente necessario sul piano euristico, la strategia espressiva e comunicativa dell'autore). Sennonché la cosa curiosa - si fa per dire - e che Graziella Chiarcossi, erede e nipote di Pasolini, oltre che redattore dell'opera omnia, non rispetta neanche il parere di Aurelio Roncaglia che lei stessa aveva scelto come supervisore alla pubblicazione del «romanzo» postumo Petrolio. «Nel nostro caso - scrive Roncaglia nella nota filologica di Petrolio - non solo qualsiasi interpolazione [...], ma anche qualsiasi espunzione di elementi (e ce ne sono) che potessero risultare superflui o perturbanti, contraddirebbe inammissibilmente alla volontà dell'autore. Dalle premesse discende che tutto in questo libro - anche le lacune e le incongruenze - debba essere considerato in un modo o nell'altro significativo, e dunque intangibile».(4i) Ora, se questa raccomandazione vale per un «romanzo», tanto più deve valere per una raccolta di poesie dove le «licenze» dell'autore non hanno, oggi, limite alcuno. 40 - Mito e realtà, op. cit. 41 - Aurelio Roncaglia, Nota filologica in Petrolio, op. cit., pp. 579-580. |
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