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di Giuseppe Zigaina | |||
| PASOLINI : la ricerca e il gioco | ||||
Con un occhio a Wittgenstein e a Freud
itornando solo per un ulteriore chiarimento alla
seconda forma de «ll giorno della mia morte», e
precisamente alla traduzione in italiano che recita
«quando cambiano colore le foglie... uno è vissuto»,
direi che Wittgenstein si sarebbe compiaciuto nel vedere che
Pasolini, seguendo il suo insegnamento, mette in
connessione due «proposizioni» assolutamente semplici, ma cariche di
senso - quelle che il filosofo austriaco definisce proposizioni
«atomiche» o «elementari» - per mezzo della «costante
logica» dei tre puntini. Le due «proposizioni atomiche», che
potremmo anche chiamare nuclei di senso, sono: a) «quando
cambiano colore le foglie...»; b) «uno è vissuto». Decifrate e riunite
in una «proposizione molecolare», significano: «Uno è morto
[in autunno] quando cambiano colore le foglie». E qui non
occorre precisare che quell' «Uno» è Pasolini. Ora, lasciando
da parte i versi in friulano, e prendendo atto ancora una
volta dell'avvertimento dell'autore che «le versioni in italiano a
piè di pagina fanno parte integrante del testo poetico»,
possiamo concludere che le due proposizioni nucleari raccolte
nella proposizione molecolare ci danno la possibilità di
iniziare una «ricerca» a un secondo livello di senso.
Ma sentiamo ancora Pasolini in «Osservazioni sul piano sequenza»
Soltanto i fatti accaduti e finiti sono coordinabili fra loro, e quindi acquistano
un senso. Ora facciamo ancora una supposizione: cioè che tra gli investigatori
[sulla morte di Kennedy-Pasolini] ci sia una geniale mente analizzatrice. La sua
genialità non potrebbe dunque consistere che nella coordinazione. Essa,
intuendo la verità, da una attenta analisi dei vari pezzi... naturalistici, sarebbe in
grado di ricostruirla, e come? Scegliendo i momenti veramente significativi [le
«proposizioni atomiche»] e trovando di conseguenza la loro reale successività (42)
[mie le parentesi quadre].
Tutto ciò si ripropone in modo più leggibile nell'aforisma «O esprimersi e morire o restare inespressi e immortali» (43). Qui le due proposizioni nucleari rappresentate dai due verbi all'infinito (esprimersi e morire / restare inespressi e immortali) vengono coordinate tra loro dalla «costante logica» rappresentata dalla «e» congiunzione. In tal modo le due proposizioni nucleari si trasformano, a un secondo livello di senso, in una proposizione molecolare, che Pasolini definisce «autoesortativo all'infinito». Che cosa sta facendo Pasolini infatti se non esortare se stesso a morire per esprimersi compiutamente? Sennonché, per un raptus, o per quella «relazione» che il Witz freudiano ha con l'inconscio (Beziehung zum Umbewussten), esplode improvvisamente nel nostro autore la volontà di «giocare»: di rendersi cioè più ambiguo, da una parte, e dall'altra di irridere ferocemente i suoi detrattori. E allora, giovandosi della parola «immortale», che è a doppio senso perché, pur significando «che non muore» fa subito pensare a Dante poeta immortale , dà luogo a quel Witz che ha ingannato la gran parte dei suoi esegeti. Tanto che oggi, prudentemente, nessuno parla di questa divertente trappola linguistica. Ma il motto di spirito pasoliniano si giova anche di un'altra costante logica di Wittgenstein, ossia della «o» disgiuntiva. La «o» disgiuntiva di Wittgenstein mette in una relazione ambiguamente simmetrica le due proposizioni molecolari dell'aforisma «o esprimersi e morire "o„ restare inespressi e immortali». Ma questa «o» in ogni caso riconferma, in negativo, la validità della prima delle due proposizioni, ossia l'auto-esortativo all'infinito «esprimersi e morire». Che semplicemente significa: «Io, Pier Paolo Pasolini, per esprimermi compiutamente, devo e voglio morire». 42 - P.P.P., Osservazioni sul piano sequenza in Empirismo eretico, pag. 239-240. 43 - P.P.P., «I Segni viventi e i poeti morti» in Empirismo eretico, pag.251. Vedi anche a pag. 247 la formula rovesciata «O essere immortali e inespressi o esprimersi e morire». A pag. 241 abbiamo ancora un normale enunciato chiarificatore («Solo grazie alla morte, la nostra vita ci serve ad esprimerci») dove l'unica forma di gioco è rappresentata dal plurale distorsívo. Sempre a pag. 241 Pasolini cerca di spiegare al lettore-spettatore che la coordinazione logica degli indizi da lui forniti potrà essere fatta (da coloro che non sono «privi del tutto di capacità immaginativa») solo dopo la sua morte: «Finché io non sarò morto, nessuno potrà garantire di conoscermi veramente, cioè di poter dare un senso alla mia azione [al mio martirio per autodecisione; n.d.r.], che dunque, in quanto momento linguistico [morte come linguaggio; n.d.r.], è mal decifrabile». Poi, ancora una volta, riappare il plurale distorsivo del gioco linguistico: «È dunque assolutamente necessario morire, perché finché siamo vivi, manchiamo di seno...» ecc. ecc. |
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