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di Giuseppe Zigaina | |||
| PASOLINI : la ricerca e il gioco | ||||
Organizzar il trasumanar
Ho voluto affrontare il problema della Ricerca e del
Gioco, appoggiandomi su due esperienze: sulla mia
esperienza di pittore che si prolunga e si completa
nella ricerca su Pasolini, e poi su quella di Pasolini
stesso che meglio di ogni altro può offrirci, oggi, la possibilità
di esplorare gli sconfinati territori del mito. Direi anzi che agli
inizi del terzo Millennio la modernità dello scrittore di
Casarsa consiste proprio nell'aver, egli, riconosciuto le proprie
radici nel mondo arcaico. «Mito», si sa, è oggi una parola
misconosciuta, un valore degradato, un termine scaduto all'uso più
corrente e distorto. Eppure, sulla strada della ominizzazione,
il suo nucleo continua sempre ad accompagnarci come
potrebbe farlo un'astronave carica di una misteriosa energia. Per
quanto irriconoscibile dai più, esso, il mito appunto,
riferendosi sempre a qualcosa di estremamente importante che in
illo tempore è realmente e necessariamente accaduto, esercita su
di noi una insostituibile azione pedagogica.
Un giorno, lo scrittore francese Jean Duflot, intervistando Pasolini (che aveva appena finito di girare Medea) gli chiede: «Dando la preferenza ai miti, piuttosto che all'impegno nell'attualità politica, non le sembra di voltare le spalle ad ogni forma di realismo?». Pasolini risponde: «È realista solo chi crede nel mito e viceversa. Tutto ciò che è mitico è realistico e tutto ciò che realistico è mitico». Duflot non capisce e insiste: «Potrebbe esplicitare questo aforisma attraverso una delle sue opere?». E qui, a proposito di «gioco di pensieri» e di «creatività gioiosa», abbiamo un esempio libero da ogni finalità, anche da quella pedagogica; che pur ossessionava Pasolini nel comunicare i suoi progetti.
Egli infatti, rispondendo con la solita mitezza, riesce a
costruire un senso significativo ad alto livello: direi proprio
facendo poesia.
Lei sa che sto preparando un film su san Paolo, sull'ideologia religiosa del
suo tempo, cioè grosso modo sulla gnosi attraverso le differenti correnti di
pensiero del periodo ellenistico. E vado scoprendo sempre più in proposito, man
mano che studio i mistici, che l'altra faccia del misticismo è proprio il "fare„,
"l'agire„, l'azione (57).
Dopo di che, deragliando come in sogno, porta il discorso
su ciò che in quel momento gli interessa, anzi, lo tormenta.
Del resto la prossima raccolta di poesie che pubblicherò s'intitolerà
Trasumanar e organizzar. Con questa espressione voglio dire che l'altra faccia della
"Ctrasumanizzazione" , ossia dell'ascesa spirituale, è proprio l'organizzazione. Nel
caso di san Paolo, l'altra faccia della santità, del rapimento al "terzo cielo„, è
l'organizzazione della Chiesa (58).
Ecco, questa apocalisse, intesa nel senso originario di rivelazione, io la definirei semplicemente divina: una Divina Mimesis. Ma che cosa sta rivelando Pasolini? Egli sta esercitando prima di tutto un'analisi translinguistica di Trasumanar e organizzar, un titolo che già di per sé riassume la sua opera-vita, e poi, implicitamente, lo decodifica per rivelarlo allo spettatore. Sennonché, questa decodificazione non si presenta come un puro atto pedagogico, perché essa è riscattata sul piano formale da una grande «tecnica espressiva». Penso al virtuosismo di un violinista che si sublima in poesia. Che cosa significa dunque Trasumanar e organizzar? Così come sono disposti, questi due verbi non significano niente; costituiscono soltanto un sistema stilistico atrofizzato e inerte, anzi, una sterile sequenza di fonemi il cui senso - che pure c'è nel profondo - è manipolato e «sospeso». Per cui, se anche fosse esaminato come un'improbabile endiadi, questo titolo risulterebbe assolutamente muto, perché i due verbi uniti dalla congiunzione «e» (vedi le «proposizioni atomiche» di Wittgenstein) sono disarticolati e inattivi: non esprimono alcun concetto. Sennonché, come ci insegna Pasolini stesso in una nota poscritta di Passione e ideologia, questo simulacro di endiadi è contrassegnato da un ordine cronologico che, una volta ristabilito tra i due verbi, ne favorirebbe l'espansione semantica: «prima organizzar e poi trasumanar», questo è il loro ordine cronologico. Infatti notiamo che organizzar, in quanto verbo transitivo, può avere come complemento oggetto «il trasumanar», che in realtà è un verbo sostantivato. Questa riorganizzazione del titolo, è Pasolini stesso a suggerircela quando afferma che «il trasumanar è l'altra faccia dell'organizzar». E qui si concretizza proprio la figura del motto di spirito (Witz) che Freud ha emblematizzato nel Giano bifronte. Infatti il titolo della raccolta di poesie del nostro autore, ancora oggi guardata con sospetto dai critici letterari, costituisce proprio un cartello a due facce che può essere letto sia da sinistra a destra che da destra a sinistra. Ma la lettura che ricompone il senso di questo sistema stilistico è una soltanto: non più Trasumanar e organizzar ma Organizzar e trasumanar. In questa seconda forma i due verbi si coordinano, si rianimano e, assumendo l'articolo «il» al posto della fittizia «e» congiunzione, ci restituiscono il senso rimasto in sospeso: «Organizzar il trasumanar». Ed è proprio ciò che Pasolini ha messo in atto, pragmaticamente e misticamente, nella seconda metà della sua vita. Solo così il mistero (dionisiaco) della sua morte, si specchia nell'esperienza mistico /organizzativa di Paolo di Tarso. Quella del poeta friulano dunque potrebbe essere definita una filosofia di origine gnostica (contaminata da elementi platonici e manichei), dove il dualismo oppositorio si radicalizza fino a escludere ogni possibile dialettica. La via di Pasolini dunque riecheggierebbe in qualche modo la via della «caduta e redenzione» della Pistis Sophia. Non per niente Orgia, la tragedia pasoliniana, adombra quell'interminabile Rito sacrale che è stato in sostanza la seconda metà della vita dell'autore. Lo dimostra, e lo descrive, la clausola finale della risposta di Pasolini a Jean Duflot. La quale clausola si configura come un esemplare e sublime gioco linguistico in cui l'autore, «con l'occhio a Wittgenstein e a Freud», consacra un gergo che, per quanto ignorato dai redattori dell'opera omnia, resterà a mio avviso nella storia della letteratura. Ed ecco la clausola: Nel caso di san Paolo, l'altra faccia della santità, del rapimento al "terzo cielo„ , è l'organizzazione della Chiesa. Ci sarebbe molto da dire sui popoli che, secondo noi, agiscono solo a livello pratico, pragmatico; sono sempre ascetici e profondamente religiosi. «Popoli» è una iperbole che rappresenta Pasolini (così come «Crisi cosmica», nell'-Appunto 74 a di Petrolio, sta per morte sacrificale. E, come san Paolo è stato l'organizzatore della Chiesa, Paolo (Pasolini) è l'organizzatore della «propria» comunità di spettatori illuminati. Mentre l'autore di Empirismo eretico è, sì, un empirista, un pragmatico «che si esprime soprattutto con azioni che incidono nella realtà», ma anche un uomo profondamente religioso. E in questo consiste la sua «eresia alla rovescia». Il 21< giugno 1962 Pasolini aveva scritto: «Farò proposta alla Curia d'esser fatto santo». lo l'ho fatto santo nel Decameron, ma solo per Gioco, perché la mia Ricerca su di lui non era ancora iniziata. Ancora una precisazione: l'ultima. Pasolini contrappone sempre a se stesso lo Spettatore: mai il Lettore. E infatti il lettore non lo nomina nemmeno. Se vogliamo dunque farcene una ragione, dobbiamo pensare a chi - sia pure idealmente - assiste come «spettatore» al teatro di cui Pasolini, Autore, parla nel suo Manifesto per un nuovo teatro (59). Teatro che non può non essere il campetto di calcio di Ostia in cui il poeta e stato massacrato. È proprio in questo teatro che invece di «Buona sera» si dice «Vorrei morire». Ed e uno spazio teatrale, quello di Ostia, in cui - scrive l'autore nel suo Manifesto - «i programmi non avranno un ritmo normale. Non ci saranno anteprime, né prime, né repliche». Un teatro insomma che «va inteso come "qualcosa„ o meglio "qualcos'altro„ che si può spiegare solo con se stesso, e che può essere intuito solo carismaticamente» . Pasolini infatti ci aveva avvertiti: È l'attore la prima vittima di questa specie di misticismo teatrale». E l'attore nel Nuovo teatro di Pasolini a Ostia è chi proclama: «Kennedy, morendo, si è espresso con la sua estrema azione». 57 - Il sogno del centauro, pag. 66. 58 - ibidem. 59 - Il Nuovo teatro di cui parla Pasolini non ha nessun rapporto né con il teatro tradizionale (teatro accademico) né con il teatro del «gesto e dell'urlo» (il teatro d'avanguardia). Pasolini allude sempre e soltanto al «teatro della sua morte», ossia al campetto di calcio di Ostia nella cui atmosfera notturna si sono potuti realisticamente rappresentare «omicidi, furti, balletti, baci, abbracci, e controscene», compreso «un accendersi o uno spegnersi di luci (i fari dell'Alfa Romeo rubata da qualcuno degli «alleati»), a indicare l'inizio o la fine della rappresentazione». Vedi a pag. 717 del volume della Garzanti P.P.P. Teatro, 1988. |
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