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di Giuseppe Zigaina | |||
| PASOLINI : la ricerca e il gioco | ||||
La Seconda Forma de «La meglio gioventù»
a quello che mi sembra il messaggio più esplicito
del nostro empirista eretico è la riscrittura, ne La
nuova gioventù, della poesia intitolata «Il giorno
della mia morte». Prima di tutto perché essa, nella
seconda versione in friulano, è contrassegnata dalla
significativa epigrafe tratta dal Vangelo di San Giovanni (37), e poi
perché il quarto e il quinto verso vengono modificati
dall'autore a sostegno, diciamo, della necessità, per lui, di
morire (per esprimersi). Tanto è vero che nella traduzione italiana
fatta dallo stesso Pasolini la parola «di vierta», che significa in
primavera, viene da lui omessa per evidenziare l'espressione
«quando cambiano colore le foglie...»; espressione che in tal
modo indica l'autunno come «stagione in cui si recita il mito».
Ma, per prendere atto delle modifiche, significative,
apportate dall'autore, confrontiamo i primi cinque versi delle
due versioni e le relative traduzioni in italiano.
Nella riscrittura in friulano del 1974 c'e ancora l'espressione «di vierta» (in primavera), mentre non c'e più nella traduzione in italiano. Il che non può essere attribuito a una distrazione dell'autore, né indicato come una «lacuna tipografica». Basta rileggere, a proposito del termine «primavera», le puntuali precisazioni dell'autore: «La prima pianta che ho piantato [...] era la Pianta della Passione [...] Ma eravamo davvero in primavera. La seconda pianta che ho piantato e la Pianta del Gioco [...] Ma la primavera non porta per me i suoi giorni celesti». Si capisce allora che Pasolini, all'epoca della prima stesura de «11 giorno della mia morte», non aveva ancora scoperto in Mircea Eliade che «il mito si recita in autunno». (38) Ma si può notare altresì, sempre nella versione del 1974 de «Il giorno della mia morte», che l'espressione «quando cambiano colore le foglie...», è fatta seguire da tre puntini, con i quali l'autore intende segnalarci che «uno è vissuto» e che dunque, quest'uno, è morto. Ma non in primavera perché il termine friulano «di vierta» non c'e più. Questo sottile e quasi inavvertibile gioco linguistico ci richiama alla mente la formula pasoliniana che appare sempre nella «Seconda Forma de La meglio gioventù» : «Nato per essere Uno, io sarò Doppio, muto e nudo, ma Doppio, straniero a tutto ma doppio. UNO E DOPPIO!» (39). Una formula che facendo perdere la genericità a quell' «uno è vissuto», lo ricompatta semanticamente con la lunga serie di indizi sparsi dall'autore nella sua opera. E ancora, a proposito del Gioco, nella poesia «La raccolta dei cadaveri» in Trasumanar e organizzar, Pasolini, ritornando a casa, di notte, fa alcune riflessioni sul suo essere stato «Vittima» misconosciuta in «aule di tribunali ben presto invecchiate», e a un certo punto, come rispondendo a una rivelazione, recita in preghiera: «dopo l'UNO il Formicaio: ah, Uno prefiguratore». Ma noi, rileggendo la poesia, scopriamo tra l'altro che la parola «covo» (ripetuta nove volte) si alterna in queste due accezioni: covo come «luogo di cospirazione» e covo come «luogo di benessere» («assicurarsi un covo = assicurarsi uno stato di benessere per la vita futura». «Un gergo, certo; non altrimenti ci si esprime in un covo». Questo, l'autoironico commento dell'autore. Tutto ciò rientra evidentemente nel Gioco l inguistico-esistenziale scelto da Pasolini nella seconda metà della sua vita. E quando l'imitazione della realtà, che egli mette in atto prefigurando la sua morte a Ostia, sta per coincidere con la realtà stessa, quando cioè la sua mimesis della realtà sta per diventare perfetta e dunque divina, egli è nel pieno della sua razionalità. E godendo nel giocare il tutto per il tutto, ossia, come egli diceva, «nel puntare molto per vincere molto», scava e seziona con l'occhio sulla punta del bisturi. Chiede soccorso a Russell, a Wittgenstein, a Todorov, a Dostoevskij, mentre Freud è presente come un Santo Patrono. E perciò con il suo multiforme linguaggio criptico può chiarire e precisare ogni minimo particolare per dare testimonianza della non casualità del suo gioco. Fino al punto che nella «nota» del 1954 che conclude La meglio gioventù - e che potrebbe benissimo essere stata scritta nel 1974 - ci avverte con ansia pedagogica che le sue traduzioni in italiano delle poesie friulane fanno parte integrante del testo poetico:
Vorrei aggiungere, infine, che [...] le versioni in italiano a piè di pagina
fanno parte insieme, e qualche volta parte integrante, del testo poetico: le ho perciò
stese con cura e quasi, idealmente, contemporaneamente al friulano, pensando
che piuttosto che non essere letto fosse preferibile essere letto soltanto in esse.
Il che anticipa e giustifica il Gioco, lucidissimo e commovente insieme, annunciato nella poesia «Variante» de La seconda forma de «La meglio gioventù» (1974) che già conosciamo: «La seconda pianta che ho piantato e la Pianta del Gioco». Un avvertimento che sancisce l'intangibilità di tutto ciò che Pasolini ha scritto. 37 - «... se il chicco di grano, caduto in terra, non morirà, rimarrà solo, ma se morirà darà molto frutto. San Giovanni, Vangelo 12.24 (citato da Dostoevskij)», La nuova gioventù, pag. 226. 38 - Mircea Eliade, Mito e realtà, Borla Editore 1985. 39 - La nuova gioventù, pag. 199. |
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